#InCoro _ Cento di queste periferie

#InCoro _ Cento di queste periferie

Buon anno. Ci risiamo. E’ il primo gennaio/Anno 1967 dopo Cristo/Secolo ventesimo. Era atomica/ A quanto pare, d’anno in anno/ i Felici Pochi diventano sempre più pochi/ e sempre più infelici / E si capisce:/
gli Infelici Molti sono troppo affaccendati / a fabbricare trafficare istituire organizzare classificare propagandare / la loro enorme indispensabile felicità / per darsi pena dell’infelicità superflua / minoritaria/
dei Felici Pochi.

Così Elsa Morante nella sua Canzone degli F.P. e degli I.M. 53 anni fa; così noi oggi … quando si dice un classico!
Negli ultimi cinque mesi una pandemia ha sconvolto le nostre vite e, per quello che abbiamo capito, potrebbe ricominciare a farlo tra poco. Abbiamo imparato che i medici e gli operatori sanitari sono degli eroi, che gli inni collettivi sono catartici, che davanti al pericolo siamo tutti uguali, che i lavoratori dello spettacolo dal vivo sono lavoratori, che la loro fragilità è metaforicamente la loro bellezza ma è anche letteralmente la loro fragilità, cioè l’elemento che mette a rischio la loro sopravvivenza; in questi mesi i cittadini del mondo intero hanno nutrito la convinzione che saremmo diventati migliori e i fragili lavoratori dello spettacolo erano pronti a giurare che ne sarebbero usciti addirittura uniti.
E adesso? Ci risiamo.
I medici sono dei privilegiati e poco importa degli straordinari mai pagati degli OSS; gli slogan di massa sono più pratici degli inni collettivi; l’uguaglianza è tornata a misurarsi su parametri sociali e razziali; i lavoratori dello spettacolo sono tentati di abbandonare la lenta ricerca di alleati per la più rapida ricerca di un nemico, che per praticità drammaturgica definiremo “Potere” o “Sistema” o “Impresa” (costituita da altri lavoratori); i cittadini del Belpaese sono lanciati nel mantra del “va tutto bene, specie d’estate”, sotto lo stemma degli arcobaleni sbiaditi che ancora campeggiano sui balconi, nati per esorcizzare la paura dei bambini e che hanno finito per diventare la scorciatoia degli adulti assetati di semplificazione, come se quello che è stato non fosse stato e soprattutto non fosse ancora.
Da qui al negazionismo il passo è breve. Vale per il Covid e per tutti gli altri virus a cui siamo esposti. Da qualche decennio è in atto un’emergenza sociale e culturale, che l’emergenza sanitaria ha messo contemporaneamente in primo e in secondo piano! Ovvero, abbiamo finalmente detto che c’è ma non è certo questo il momento di occuparsene. E quando allora?
Senza avere il tempo di rispondere a questa domanda sono cominciate le prove generali di ripartenza del Paese. È successo così che in un teatro di periferia si siano avvicendate riunioni rigorosamente a un metro di distanza l’uno dall’altro – ché, si sa, non siamo mica in aereo o sulla spiaggia o in discoteca – e che una compagnia si sia domandata quale fosse il senso del suo ricominciare.
Nella nostra storia il teatro è il Comunale “Lucio Dalla”, in uno dei quartieri più popolari e popolosi di Manfredonia (in provincia di Foggia) e la compagnia è Bottega degli Apocrifi. Ma ci sono annidate negli angoli più remoti del Paese altre cento periferie e altre cento compagnie che hanno messo in circolo le stesse domande e su tutte: che senso ha in questo momento il teatro?
Se pensiamo a Peter Brook e al suo racconto del ta’azieh iraniano che vede ogni giorno un intero villaggio assistere alla medesima rappresentazione della medesima storia e ogni giorno viverla come se stesse accadendo in quel momento, diremmo che il teatro è un patto sacro tra chi lo fa facendolo e chi lo fa guardandolo. Se pensiamo che Shahrazād ha la vita salva per mille e una notte perché racconta, se pensiamo che i giovani del Decameron sanno di essere vivi finché si ritrovano ad ascoltare novelle, diremmo che il teatro è un patto sacro di salvezza, dove chi racconta e chi ascolta sono sopravvissuti insieme a quel che “c’era una volta” e ora non c’è più se non in quel momento in quella rappresentazione.
Nella periferia di Manfredonia questo patto è stato (ri)celebrato dopo oltre quattro mesi mettendo a disposizione di chi sarebbe arrivato La canzone degli F.P. e degli I.M.
Per primi sono arrivati i ragazzi: in 50, a luglio, in una città di mare, disposti a sopportare le mascherine anche all’aperto, che assieme a un regista che si è fatto guida e ad attori, musicisti e tecnici (sì, anche i tecnici!) hanno letto, interrogato e masticato le parole della Morante fino a farle proprie; poi sono arrivati i cittadini/spettatori, 150 ogni sera. L’appuntamento era nella nuova Piazza di Comunità della Città di Manfredonia, il grande cortile della Scuola adiacente al teatro, che la Dirigente ci ha concesso perché insieme potessimo finalmente riaprire la sua scuola.
In quelle sere si è fermato anche il vento ad ascoltare un inno collettivo che si è levato al cielo, passando prima al vaglio delle suore sedute sul balcone del convento che affaccia nel cortile, lo stesso balcone su cui ci hanno permesso di montare i fari, stringendo amicizia con i nostri tecnici e preoccupandosi se volessero qualcosa di fresco.
Se dovessimo raccontare com’è successo diremmo che è stato un incontro di fragilità: quelle di una compagnia teatrale che non sa quanto riuscirà a sopravvivere con le attuali condizioni, quelle di un teatro che non sa quando tornerà a farsi casa per la sua comunità, quelle di una Scuola che sa che avrà numerosi cocci da raccogliere quando le sarà permesso finalmente di contarli, quelle di un gruppo di suore che si sono ritrovate a pensare a Gesù come “F.P. supremo”, quelle di 50 ragazzi che non sanno come sarà l’anno che li aspetta, se partiranno davvero per l’Università, se torneranno a scuola, o se la vita è ancora rimandata; quelle di 450 cittadini che tornando a teatro hanno avuto la sensazione di tornare a respirare.
Che sia questo il futuro? Fragilità, imperfezioni che s’incontrano e prendendosi cura l’una dell’altra disegnano una nuova comunità, una civiltà teatrale di quelle che ti impediscono di bluffare, per dirla con Leo, o di riscrivere il finale, per dirlo ancora con le parole della Morante

Sarebbe una magnifica stravaganza/ di superate tutti insieme i tempi brutti/ in un allegro finale: FELICI TUTTI!/ Forse il primo segreto essenziale della felicità si potrebbe ancora ritrovare. / L’importante sarebbe di rimettersi a cercare.

Stefania Marrone e Cosimo Severo


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